Successo per i ragazzi irresistibili di Neil Simon allo Stabile di Catania
Catania – C’è un momento, ne I ragazzi irresistibili di Neil Simon, in cui i due anziani protagonisti provano e riprovano lo stesso numero comico. Lo sanno a memoria, lo hanno eseguito centinaia di volte. Eppure, qualcosa si inceppa. Non è la battuta, non è il tempo comico. È il fatto che, dopo undici anni di silenzio, il metronomo dei loro cuori non batte più all’unisono. È questa dissonanza, fatta di vanità ferite, rancori mai sopiti e un’ostinazione quasi sublime a non voler mollare la scena, a fare dello spettacolo diretto da Massimo Popolizio un piccolo capolavoro di grazia malinconica.
Portare in scena un classico come The Sunshine Boys (1968) è un azzardo. Non tanto per il testo, quanto per il suo carico di leggenda. Ma Umberto Orsini e Franco Branciaroli non si limitano a interpretare Willie Clark e Al Lewis: li abitano, li metabolizzano, li restituiscono con una verità che va oltre la recitazione. Sembra quasi che Popolizio abbia scelto i suoi “ragazzi irresistibili” non solo per le loro indiscutibili doti attoriali, ma per il loro essere, oggi, ciò che i personaggi sono stati ieri: due fuoriclasse che hanno attraversato la storia del teatro italiano, spesso su fronti opposti, portando con sé quel bagaglio di orgoglio e fragilità che solo i grandi sanno trasformare in arte. La scena (una raffinata camera d’albergo in disordine firmata da Maurizio Balò) è il regno di Willie Clark, interpretato da un Orsini semplicemente straordinario. Il suo Willie è un vecchio leone dal pelo ancora folto ma dal morso incerto. Abita un disordine che è prima di tutto mentale: appunti sparsi, pillole, un telefono che non squilla mai abbastanza. È la rappresentazione vivente del rifiuto della pensione, della paura di diventare un numero in un’enciclopedia del varietà.
Dall’altra parte, Franco Branciaroli è un Al Lewis di glaciale perfezione. Il suo passo è misurato, la voce pacata, la ragione tutta dalla sua parte. Ma è una ragione che pesa come un macigno. Branciaroli cesella ogni pausa con il rigore dell’orologiaio, regalando al personaggio quella patina di aristocratico distacco che cela un’altrettanto profonda solitudine. Quando i due si incontrano, la tensione è palpabile. Non è solo teatro, è il confronto-scontro tra due modi di intendere la vita: l’istinto (Orsini) contro la disciplina (Branciaroli).
Massimo Popolizio, che con entrambi gli attori ha condiviso prove memorabili (da Re Lear a I demoni), dirige la partita con intelligenza. Capisce che la forza del testo non sta nella nostalgia fine a se stessa, ma nel suo essere una “commedia della durata”. Come accade in Beckett, il tempo non è solo un’ambientazione, ma il vero antagonista. I siparietti esilaranti — e qui la traduzione di Masolino D’Amico cesella battute con la precisione di un gioielliere — si infrangono contro il silenzio imbarazzante di due persone che non hanno più nulla da dirsi, se non attraverso il copione. C’è un’aria da Canto del cigno cechoviano in questa messinscena. Come il vecchio attore Svetlovidov, anche Willie e Al si accorgono, alla fine, che il pubblico non è mai stato l’unico destinatario delle loro gag. Recitavano l’uno per l’altro. Il loro numero comico, quel celebre sketch del dottore e dell’assicuratore (che nella versione di Popolizio diventa un congegno perfetto di meccanica teatrale), è il loro linguaggio amoroso. L’unico che conoscono.
Il quartetto di contorno — Flavio Francucci, Sara Zoia, Giorgio Sales, Emanuela Saccardi — funge da contrappunto discreto, quasi il coro greco di una tragedia borghese. Sono i mediatori, il “mondo di fuori” che spinge per la riunione, ignaro che a volte le ferite non si rimarginano, si ricuciono male, e fanno più male di prima. In un’epoca di produzioni faraoniche e regie concettuali, Popolizio ha il coraggio di fare una cosa rivoluzionaria: fidarsi degli attori. La regia è trasparente, quasi invisibile, un metronomo che lascia tutto lo spazio al contrappunto tra i due protagonisti. Le luci di Carlo Pediani sgranano i contorni, trasformando il palcoscenico in una polaroid sbiadita, mentre i costumi di Gianluca Sbicca sottolineano senza mai sottolineare: il gilet impeccabile di Branciaroli, la vestaglia stropicciata di Orsini. Il finale è un coup de théâtre silenzioso. Senza svelare troppo, basti dire che l’ultima immagine, con i due attori fermi ai lati opposti del palco, dice più di qualsiasi monologo. Non c’è pace, forse, ma c’è la consapevolezza che il sipario, per loro, non è ancora calato. I ragazzi irresistibili non è solo una commedia ben scritta. Nelle mani di Orsini, Branciaroli e Popolizio diventa un’amara meditazione sul tempo che passa, sull’inutilità della gloria e sul mistero di due persone che si detestano abbastanza da non potersi lasciare. Da non perdere. Perché, come diceva Sarah Bernhardt, “fare l’attore è morire ad alta voce”. E qui, in scena, si sente ogni singolo respiro.
RoAn/Arena

